Inizia l’era Trump, ecco le prime proprietà del nuovo presidente

Nelle sue prime giornate operative da presidente degli Stati Uniti, in occasione di una serie di incontri con manager di grandi imprese, sindacati e membri del Congresso, e di altri meeting recenti, Trump ha confermato le sue priorità: in cima alla lista svetta il protezionismo, seguito dalla riduzione della regolamentazione e delle imposte e dalla creazione di posti di lavoro.

Non è certamente un caso come prima azione ufficiale da nuovo presidente del Paese, Trump abbia formalmente ritirato gli Stati Uniti dalla Trans Pacific Partnership, l’accordo commerciale concluso fra 12 paesi dell’area del Pacifico (esclusa la Cina). L’entrata in vigore dell’accordo richiedeva la ratifica da parte dei parlamenti dei paesi coinvolti. Il Giappone l’ha ratificato la settimana scorsa; i paesi interessati cercheranno di rivedere il trattato in modo che possa diventare operativo, con i cambiamenti necessari, anche senza gli USA.

Sul fronte del commercio internazionale, inoltre, Trump ha ripetuto la sua opinione a favore di trattati bilaterali che possono essere monitorati in modo più attivo. Inoltre, Trump ha anche dato seguito alla promessa, che aveva già avuto modo di includere all’interno del “contratto con l’elettore americano”, siglando un sostanziale blocco delle assunzioni da parte del governo federale, ad eccezione del settore della difesa. Trump ha dichiarato in tal proposito che ha intenzione di diminuire le imposte in maniera piuttosto massiccia per le classi medie e contestualmente procedere all’imposizione di un’imposta territoriale “molto significativa” che possa colpire le imprese che intendano muovere la loro produzione all’estero, uno degli obiettivi più concreti della sua campagna elettorale.

Quanto già ribattezzata “border tax” non sarebbe limitata ad essere una sorta di evoluzione del c.d. “aggiustamento territoriale” (il “border adjustment”) che è già previsto dalla proposta repubblicana di riforma delle imposte, a cui Trump ha detto di essere contrario. La versione di Trump imporrebbe infatti una tassa del 35 per cento su tutte quelle imprese che scelgono di delocalizzare la propria produzione di parte dei prodotti per poi reimportarli e commercializzarli negli Stati Uniti. Al momento, non sembrano esserci delle chiare indicazioni su come questa imposta sarebbe strutturata. Tutti gli obiettivi che hanno a che fare con spese e imposte richiedono interventi legislativi in Congresso: a questo proposito sarà pertanto fondamentale cercare di comprendere quali saranno gli esiti delle riunioni con i parlamentari repubblicani. Meeting che potrebbero fornire qualche chiarimento sull’appoggio sostanziale che Trump potrebbe vantare, o meno.

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