Bolla immobiliare cinese, si abbattono le case invendute

La bolla immobiliare cinese continua a farsi sentire (e vedere) in maniera molto evidente. E così, anche in una delle zone più ricche, il Guandong, capita che un costruttore decida di demolire circa un centinaio di case costruite nel 2014 e rimaste invendute. Ad annunciarlo, con un comunicato ufficiale, è stata la Jiang Rong Real Estate Development, società che ha dovuto ammettere che, sebbene molti degli appartamenti siano stati venduti, nessuna delle ville costruite ha trovato un acquirente.

Guai inoltre a pensare che il caso rimarrà isolato. Come ricordava un approfondimento condotto in materia dal quotidiano La Stampa, nel biennio 2011-2012 la Cina ha prodotto più cemento di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti in tutto il ventesimo secolo: tra il 1996 e il 2013, 150 milioni di acri di terra sono infatti stati inghiottiti per sempre dalle città, per un ammontare pari addirittura all’otto per cento dei terreni coltivabili.

La colpa, come intuibile, è di una incongrua politica governativa locale, che ha preferito usare lo sviluppo immobiliare quale strumento per fronteggiare il debito. Di fatti, costruire significava poter muovere denaro e favorire l’occupazione, soprattutto se si trattava di complessi residenziali di lusso, che aumentano notevolmente il valore del lotto di terra originario.

Purtroppo, però, quanto sopra non ha fatto altro che stimolare la nascita di vere e proprie città fantasma, conglomerati urbani di recente costruzione nati in attesa di una massa di popolazione che si dovrebbe trasferire in città. Le stime pianificano infatti che entro 2020 il 60 per cento dei cinesi vivrà in città. Il che, significa il trasferimento di 150 milioni di persone dalle campagne alle città, con ciò che ne consegue sul fronte dei consumi da una parte (in rialzo) e coltivazioni dall’altro (in ribasso).

L’impressione è però che l’ambizioso obiettivo di una transizione economica stia avvenendo in maniera molto difficile: se infatti le case e le città sono pronti per i futuri consumatori, non sono tanti a volersi trasferire in città, nonostante la predisposizione di una ferroviaria sempre più capillare e veloce. Forse è colpa anche della crisi del lavoro, con molte meno opportunità di un tempo, e certamente non in grado di solleticare la fantasia di chi dovrebbe abbandonare le proprie campagne e le proprie terre, per andare a popolare delle città dall’esito incerto.

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