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Samuel
Torresani Trieste - Atalanta
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Editoriale "L'angolo del Rock"
The Rolling Stone: Sticky Fingers
di Samuel
Torresani - 2005
Sticky Fingers
Rolling Stone 1971
1
– BROWN SUGAR
2 – SWAY
3 – WILD HORSES
4 – CAN’T YOU HEAR ME KNOCKING
5 – YOU GOTTA MOVE
6 – BITCH
7 – I GOT THE BLUES
8 – SISTER MORPHINE
9 – DEAD FLOWERS
10 – MOONLIGHT MILE
Rate ****1/2
Sticky Fingers è decisamente il capolavoro degli Stones.
In questo album riescono a far coincidere energia e tenerezza
mischiando grandi riff – come in Brown Sugar e Bitch
– a stupende ballate – Sway e, soprattutto, Wild
Horses. I brani, salvo un paio di passaggi minori, sono tutti
eccellenti e offrono una gamma di rock cha passa per il soul,
il folk, il blues e il country e che i cinque rendono volutamente
grezzo, così come faranno nel successivo doppio Exile
On Main Street.
Nel 1971 gli Stones sono a una svolta della loro carriera:
è finita la prima fase, quella più oltraggiosa,
quella imperniata sugli scandali, sulla droga, sui dischi
che fondavano il loro successo più su un singolo trascinante
che non sulla completezza e ricercatezza sonora dell’intero
album; era l’epoca di Brian Jones, scomparso tragicamente
nel giugno del 1969, e sostituito dal chitarrista ex Bluesbreakers,
Mick Taylor (per la precisione era già nei Rolling
Stones nell’album Let It Bleed del 1969, quello seguito
dal tour della tragedia di Altamont). Questa nuova fase è
contraddistinta da una progettualità sonora netta,
meno visionaria ma più ricercata, come garantiva la
produzione dell’ormai fido Jimmy Miller – produttore
al tempo anche dei Traffic. Il nuovo principio della band
era “più musica e meno cazzate” ( anche
se con gli Stones è sempre un principio da prendere
con le molle), era la ricerca di un rock intenso e intransigente
che ancor’oggi suona attuale.
Certo le stravaganze c’erano ancora in parte: la copertina,
raffigurante un paio di jeans sdruciti ed evidentemente imbottiti,
portava la firma di Andy Warhol, e la cerniera, almeno nelle
prime edizioni su vinile, era vera e regolabile.
L’album parte con Brown Sugar che inizia con un riff
di chitarra sul canale di destra. Era una tecnica di mixaggio
che veniva spesso utilizzata a quei tempi per gli intro di
chitarra (la stessa Satisfaction iniziava così) perché
trafiggevano l’ascoltatore lasciandolo di sasso, incantato.
Improvvisamente alla chitarra elettrica si aggiunge una chitarra
acustica nel canale di sinistra, un’acustica che semplicemente
strimpella gli accordi che l’elettrica sputa con incredibile
violenza, e sormonta l’elettrica senza un’apparente
ragione, strappandole momentaneamente intensità e autorità,
cosicché nei primi 16 secondi di ascolto già
ci viene presentato il grande conflitto dell’album:
lo scontro tra un rock intenso e aperto e una concezione musicale
controllata e manipolativa, scontro stabilito per riempire
l’intero LP, e non appena le voci emergono, l’acustica
va a svanire. Si può dire che in Brown Sugar il rock
intenso vince per poco, ma è una vittoria che molti
critici consideravano non valere molto; infatti, curiosamente
non sempre il giudizio su Sticky Fingers è stato unanimemente
positivo.
Generalmente le prime tracce degli album degli Stones sono
sempre state speciali fin dagli inizi, basti ricordare “Not
Fade Away”, “Round & Round”, ma anche
le più recenti “Simpathy For The Devil”
e “Gimme Shelter”, canzoni che servivano come
irresistibili apripista a visioni del mondo musicale più
complesse. Le migliori tra queste risultavano essere delle
dichiarazioni su argomenti che trascendevano sia dal tema
in sé, sia dalla musica che poi seguiva. Secondo molti
critici, in Sticky Fingers tutto ciò non avveniva;
Brown Sugar era considerata una buona canzone, ma non eccelsa,
e il resto dei brani non superava il valore della suddetta,
e lo rendevano una sorta di album di medio livello: le cose
peggiori non erano poi tanto male, ma le cose migliori non
erano eccezionali. Per questo molti lo definirono un album
senza lode e senza infamia.
Anche la seconda traccia, Sway, non convinse perché
richiamava alla mente “Stray Cat Blues”, e pur
avendo un sound decisamente stone, non aveva la stessa carica.
Si diceva che era un brano che non andava da nessuna parte
perché non era stato programmato per andarci; e sempre
i maggiori detrattori degli Stones ritenevano Wild Horses
un agglomerato di ottime idee, ma inconcluse, e buona colpa
di ciò veniva data a Jagger: si diceva che più
i Rolling Stones cercavano di fare cose difficili, più
Jagger sembrava inadeguato.
Si passa poi al rhythm & blues dalle torride venature
funky-soul di Can’t You Hear Me Knocking, e a una cover
essenziale e roots You Gotta Move, in cui le voci ebbre di
Jagger e Richard sono il contraltare buffo di un monumentale
Taylor alla slide guitar.
Ma il rock è dietro l’angolo e torna a farla
da padrone in Bitch, un rock posseduto dallo stupendo giro
di chitarra, dal soul che scroscia dagli ottoni di Keynes
e Price, e dalla presenza demoniaca di Jagger.
Prendono poi corpo l’agra mestizia di I Got The Blues,
in cui è ancora da lodare il perfetto Mick Taylor,
e Sister Morphine, il capitolo di questo album che personalmente
preferisco. Scritta con la collaborazione della musa-amante
Marianne Faithfull, Sister Morphine è una storia di
droga narrata con la pietosa crudeltà propria del miglior
Lou Reed, un folk palpitante e nervoso a cui Jagger dona voce,
sangue e vocalizzi accorati, orlati dai sordi pestaggi di
piano di Jack Nitzche, e dalla febbrile slide guitar di Ry
Cooder.
L’album si va poi a concludere con Dead Flowers, una
sorta di ritratto country veemente criticato dagli esperti
del settore che mettevano in risalto l’incapacità
di Jagger e Richard come cantanti country, e Moonlight Mile,
ottimo capitolo conclusivo dell’LP, in cui il sound
vagamente orientaleggiante innalza l’intensa espressione
di desiderio della canzone, una delle più pure e impegnate
emozioni dell’album. L’impegno e la spontaneità
delle emozioni immediatamente liberano il cantato di Jagger,
i cui limiti diventano irrilevanti nella sua miglior performance
di questo disco.
Fortunatamente nel corso degli anni l’album è
stato rivalutato (anche sull’onda delle ottime vendite)
, e tuttavia parte della critica d’oltreoceano è
ancora parecchio scettica nei confronti di Sticky Fingers.
A mio modesto parere è invece un grande album, il penultimo
grande LP degli Stones (seguirà Goats Head Soup un
paio di anni più tardi), un album che vale veramente
la pena di ascoltare, e che da solo si farà riascoltare.
Canzoni +:
Sister Morphine
Wild Horses
Brown Sugar
Rolling Stones :
Mick Jagger, voce ;
Keith Richard, chitarra ;
Mick Taylor, chitarra ;
Bill Wyman, basso ;
Charlie Watts, batteria
Samuel Torresani
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L'angolo del Rock
THE ROLLING STONES “Sticky Fingers” |
Editoriale
"L'angolo del Rock"
THE ROLLING STONES “Sticky Fingers”
di Samuel
Torresani
30 novembre 2004
STICKY FINGERS
Rolling Stones 1971
1 – BROWN SUGAR
2 – SWAY
3 – WILD HORSES
4 – CAN’T YOU HEAR ME KNOCKING
5 – YOU GOTTA MOVE
6 – BITCH
7 – I GOT THE BLUES
8 – SISTER MORPHINE
9 – DEAD FLOWERS
10 – MOONLIGHT MILE
Rate : ****1/2
Sticky Fingers è decisamente il capolavoro degli
Stones. In questo album riescono a far coincidere energia
e tenerezza mischiando grandi riff – come in Brown
Sugar e Bitch – a stupende ballate – Sway
e, soprattutto, Wild Horses. I brani, salvo un paio
di passaggi minori, sono tutti eccellenti e offrono
una gamma di rock cha passa per il soul, il folk, il
blues e il country e che i cinque rendono volutamente
grezzo, così come faranno nel successivo doppio
Exile On Main Street.
Nel 1971 gli Stones sono a una svolta della loro carriera:
è finita la prima fase, quella più oltraggiosa,
quella imperniata sugli scandali, sulla droga, sui dischi
che fondavano il loro successo più su un singolo
trascinante che non sulla completezza e ricercatezza
sonora dell’intero album; era l’epoca di
Brian Jones, scomparso tragicamente nel giugno del 1969,
e sostituito dal chitarrista ex Bluesbreakers, Mick
Taylor (per la precisione era già nei Rolling
Stones nell’album Let It Bleed del 1969, quello
seguito dal tour della tragedia di Altamont). Questa
nuova fase è contraddistinta da una progettualità
sonora netta, meno visionaria ma più ricercata,
come garantiva la produzione dell’ormai fido Jimmy
Miller – produttore al tempo anche dei Traffic.
Il nuovo principio della band era “più
musica e meno cazzate” ( anche se con gli Stones
è sempre un principio da prendere con le molle),
era la ricerca di un rock intenso e intransigente che
ancor’oggi suona attuale.
Certo le stravaganze c’erano ancora in parte:
la copertina, raffigurante un paio di jeans sdruciti
ed evidentemente imbottiti, portava la firma di Andy
Warhol, e la cerniera, almeno nelle prime edizioni su
vinile, era vera e regolabile.
L’album parte con Brown Sugar che inizia con un
riff di chitarra sul canale di destra. Era una tecnica
di mixaggio che veniva spesso utilizzata a quei tempi
per gli intro di chitarra (la stessa Satisfaction iniziava
così) perché trafiggevano l’ascoltatore
lasciandolo di sasso, incantato. Improvvisamente alla
chitarra elettrica si aggiunge una chitarra acustica
nel canale di sinistra, un’acustica che semplicemente
strimpella gli accordi che l’elettrica sputa con
incredibile violenza, e sormonta l’elettrica senza
un’apparente ragione, strappandole momentaneamente
intensità e autorità, cosicché
nei primi 16 secondi di ascolto già ci viene
presentato il grande conflitto dell’album: lo
scontro tra un rock intenso e aperto e una concezione
musicale controllata e manipolativa, scontro stabilito
per riempire l’intero LP, e non appena le voci
emergono, l’acustica va a svanire. Si può
dire che in Brown Sugar il rock intenso vince per poco,
ma è una vittoria che molti critici consideravano
non valere molto; infatti, curiosamente non sempre il
giudizio su Sticky Fingers è stato unanimemente
positivo.
Generalmente le prime tracce degli album degli Stones
sono sempre state speciali fin dagli inizi, basti ricordare
“Not Fade Away”, “Round & Round”,
ma anche le più recenti “Simpathy For The
Devil” e “Gimme Shelter”, canzoni
che servivano come irresistibili apripista a visioni
del mondo musicale più complesse. Le migliori
tra queste risultavano essere delle dichiarazioni su
argomenti che trascendevano sia dal tema in sé,
sia dalla musica che poi seguiva. Secondo molti critici,
in Sticky Fingers tutto ciò non avveniva; Brown
Sugar era considerata una buona canzone, ma non eccelsa,
e il resto dei brani non superava il valore della suddetta,
e lo rendevano una sorta di album di medio livello:
le cose peggiori non erano poi tanto male, ma le cose
migliori non erano eccezionali. Per questo molti lo
definirono un album senza lode e senza infamia.
Anche la seconda traccia, Sway, non convinse perché
richiamava alla mente “Stray Cat Blues”,
e pur avendo un sound decisamente stone, non aveva la
stessa carica. Si diceva che era un brano che non andava
da nessuna parte perché non era stato programmato
per andarci; e sempre i maggiori detrattori degli Stones
ritenevano Wild Horses un agglomerato di ottime idee,
ma inconcluse, e buona colpa di ciò veniva data
a Jagger: si diceva che più i Rolling Stones
cercavano di fare cose difficili, più Jagger
sembrava inadeguato.
Si passa poi al rhythm & blues dalle torride venature
funky-soul di Can’t You Hear Me Knocking, e a
una cover essenziale e roots You Gotta Move, in cui
le voci ebbre di Jagger e Richard sono il contraltare
buffo di un monumentale Taylor alla slide guitar.
Ma il rock è dietro l’angolo e torna a
farla da padrone in Bitch, un rock posseduto dallo stupendo
giro di chitarra, dal soul che scroscia dagli ottoni
di Keynes e Price, e dalla presenza demoniaca di Jagger.
Prendono poi corpo l’agra mestizia di I Got The
Blues, in cui è ancora da lodare il perfetto
Mick Taylor, e Sister Morphine, il capitolo di questo
album che personalmente preferisco. Scritta con la collaborazione
della musa-amante Marianne Faithfull, Sister Morphine
è una storia di droga narrata con la pietosa
crudeltà propria del miglior Lou Reed, un folk
palpitante e nervoso a cui Jagger dona voce, sangue
e vocalizzi accorati, orlati dai sordi pestaggi di piano
di Jack Nitzche, e dalla febbrile slide guitar di Ry
Cooder.
L’album si va poi a concludere con Dead Flowers,
una sorta di ritratto country veemente criticato dagli
esperti del settore che mettevano in risalto l’incapacità
di Jagger e Richard come cantanti country, e Moonlight
Mile, ottimo capitolo conclusivo dell’LP, in cui
il sound vagamente orientaleggiante innalza l’intensa
espressione di desiderio della canzone, una delle più
pure e impegnate emozioni dell’album. L’impegno
e la spontaneità delle emozioni immediatamente
liberano il cantato di Jagger, i cui limiti diventano
irrilevanti nella sua miglior performance di questo
disco.
Fortunatamente nel corso degli anni l’album è
stato rivalutato (anche sull’onda delle ottime
vendite) , e tuttavia parte della critica d’oltreoceano
è ancora parecchio scettica nei confronti di
Sticky Fingers.
A mio modesto parere è invece un grande album,
il penultimo grande LP degli Stones (seguirà
Goats Head Soup un paio di anni più tardi), un
album che vale veramente la pena di ascoltare, e che
da solo si farà riascoltare.
Canzoni +:
Sister Morphine
Wild Horses
Brown Sugar
Rolling Stones :
Mick Jagger, voce ;
Keith Richard, chitarra ;
Mick Taylor, chitarra ;
Bill Wyman, basso ;
Charlie Watts, batteria
Conosciamo
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