Editoriale "L'angolo del Rock"
Santana: "Abraxas"
di Samuel
Torresani - 2005
Abraxas"
Columbia 1964
1
– SINGING WINDS, CRYING BEASTS
2 – BLACK MAGIC WOMAN / GIPSY QUEEN
3 – OYE COMO VA
4 – INCIDENT AT NESHABUR
5 – SE A CABO
6 – MOTHER’S DAUGHTER
7 – SAMBA PA TI
8 – HOPE YOU’RE FEELING BETTER
9 – EL NICOYA
Rate ****1/2
All’alba dei ’70, Carlos Santana è uno
dei tre chitarristi presenti sulla scena mondiale che può
sfoggiare una pulizia di suono e un tocco degno di B.B.King.
I suoi soli pari contemporanei sono Eric Clapton e Mike Bloomfield,
con la differenza che però Santana suona in una latin
band, e fino ad allora non c’erano latin band che usassero
una chitarra solista. Il paradosso con Santana è stato
il fatto che questa band è stata accettata e amata
più dai giovani fan dei Grand Funk Railroad e dei Ten
Years After, che non dagli appassionati di Chicago e John
Mayall.
Il cuore dei Santana sono l’organista Gregg Rolie e
il bassista Dave Brown che da soli riuscivano a tenere in
piedi le canzoni dando loro ritmo, e lasciando a Carlos Santana
il compito di scolpire magici assoli.
Santana è un chicano e, come tale, amante della chitarra,
lo strumento più usato nella musica messicana: nel
corso degli anni era riuscito a perfezionare uno stile che
associava il blues con il cool jazz, intrecciando il tutto
con la musica latina. Questo mix suonava bene, e, tra le band
bianche, solo i Chicago potevano vantare una tale solidità
ritmica alle percussioni, ma con la differenza che le loro
canzoni venivano tenute assieme soprattutto dai fiati, mentre
quelle di Santana da congas e timpani.
Oggi Carlos Santana è un’icona per i chitarristi:
con le sue recenti collaborazioni con artisti emergenti del
pop e del rock, ha guadagnato nuova fama soprattutto presso
i più giovani, anche se artisticamente non si possono
di certo ritenere delle belle trovate. Niente da dire sulle
sue qualità, resta pur sempre uno dei migliori musicisti
di tutti i tempi, ma invecchiando si è abbandonato
troppo spesso a facili soluzioni anziché provare a
fare musica all’altezza dei suoi vecchi standard.
Abraxas è comunque il prodotto di un altro Carlos Santana,
e la sua band era al tempo idolatrata da decine di migliaia
di hippies dopo la storica performance in quel di Woodstock;
era una band che riusciva a mischiare il rock standard e le
psichedelìe di San Francisco con il latin e il jazz
imparati nei suoi anni giovanili in Messico. La stessa copertina
dell’album dà una certa idea di ciò che
l’LP offrirà: una sorta di pastiche di immagini,
paesi, volti; un misto di fede e sensualità, di celebrazione
e di penitenza, con la suggestione data dall’uso di
droghe assai massiccio a quel tempo.
È un album che nasce nella west coast americana nel
1970. Sulla scena sono presenti i Doors, che avevano forzato
i confini con eccessi, sensualità e autodistruzione,
ma che ormai erano sulla via del tramonto; i Jefferson Airplane
e i Grateful Dead con le loro battaglie politiche e gli abusi
di sostanze stupefacenti: tutto sembrava già stato
fatto e nulla più pareva impressionare il pubblico…
poi venne Abraxas.
Seguendo la scia dell’album d’esordio (Santana,
1969), i Santana riuscirono a far impazzire la gente con le
loro nuove sonorità garantendosi un posto nella storia
del rock.
L’intro, “Singing Winds, Crying Beasts”,
inizia con un oscuro piano che incalza minacciosamente assieme
alle percussioni, facendo risuonare il tutto come in una sorta
di rituale voodoo. Si passa poi alla celebre Black Magic Woman,
canzone dalla storia assai travagliata: scritta da Peter Green
per i suoi Fleetwood Mac, non era stata apprezzata a sufficienza
dalla band che non aveva voluto inciderla. Ci hanno pensato
i Santana a renderla un capolavoro cambiando molto l’originale
e dandole un mix di soul e rock.
È ancora una cover a tenere alti i toni dell’LP:
Oye Como Va, puro distillato di latin jazz firmato Tito Puente,
in cui l’hammond di Gregg Rolie e la batteria di Michael
Shrieve accompagnano la lead guitar di Santana.
Dopo un paio di interessanti passaggi (Incident At Neshabur
e Se A Cabo), si passa a due ottimi pezzi rock firmati Gregg
Rolie (Mother’s Daughter e Hope You’re Feeling
Better, in cui la voce dell’organista rievoca sorprendentemente
quella di Hendrix), e tra i due alla celeberrima Samba Pa
Ti, unica canzone scritta dal solo Carlos Santana nel disco.
È sicuramente la canzone più famosa dell’LP,
una di quelle usate talmente tante volte in colonne sonore
e pubblicità da essere conosciute praticamente da tutti
anche senza saperne il perché. Il latin jazz / salsa
/ shuffle che accompagna le stupende note della chitarra solista,
fanno di questa canzone strumentale un classico della storia
della musica.
L’album finisce con El Nicoya, un folle canto tribale
condito di percussioni e chitarra acustica che sfuma chiudendo
l’album concedendo qualcosa di differente.
Nei suoi 34 anni, questo disco dimostra di essere ancora una
pietra miliare, e se vi piace ciò che Santana ha fatto
negli ultimi anni, allora veramente dovreste provare a sentire
questa band ai tempi in cui ancora aveva fame, negli anni
giovanili.
Questo album non contiene solo una miscela di rock e sound
latini, ma anche una qualità spirituale che sembra
mancare alla musica di oggi.
Canzoni + :
Samba Par Ti
Hope You’re Feeling Better
Black Magic Woman
Santana:
Carlos Santana, chitarra, voce;
Gregg Rolie, tastiere e voce;
David Brown, basso;
Michael Shrieve, batteria;
Mike Carabello, percussioni;
Josè Chepito Areas, percussioni.
Samuel Torresani
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