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 Home > Articoli > L'Angolo del Rock > Neil Young
Neil Young
Samuel Torresani
Trieste - Atalanta
Contatto



Editoriale "L'angolo del Rock"

NEIL YOUNG: "After The Gold Rush"
di Samuel Torresani - 2005

AFTER THE GOLD RUSH
Reprise, Settembre 1970

1 – TELL ME WHY
2 – AFTER THE GOLD RUSH
3 – ONLY LOVE CAN BREAK YOUR HEART
4 – SOUTHERN MAN
5 – TILL THE MORNING COMES
6 – OH, LONESOME ME
7 – DON’T LET IT BRING YOU DOWN
8 – BIRDS
9 – WHEN YOU DANCE I CAN REALLY LOVE
10 – I BELIEVE IN YOU
11 – CRIPPLE CREEK FERRY
Rate ****1/2

Non sono mai stato troppo concorde con riviste specializzate (es. Rolling Stone) e sulle loro recensioni. Molte volte, è vero, sottopongono il giudizio a persone che oggettivamente se ne intendono perché lavorano fianco a fianco con gli artisti, li conoscono, li seguono e intuiscono il perché di determinate scelte artistiche: è ad esempio il caso del grande critico (ma anche produttore) Jon Landau.

Tuttavia spesso il critico musicale ragiona più da giornalista che non da musicista, usa la logica, ragiona secondo le regole… e sbaglia. Come già ho avuto modo di dire in passato, il rocker non segue le regole, le fa. L’occasione per questa piccola “bordata” è il ricordo di un articolo pubblicato dalla suddetta rivista alcuni anni fa. After The Gold Rush veniva dipinto come un album irregolare, claudicante, dove ogni strumento andava un po’ per gli affaracci suoi e Neil Young cercava di rimettere tutto a tacere cantando almeno una mezza ottava al di sopra delle proprie possibilità, soprattutto nella title-track, con esiti, a lor dire, disastrosi. Altra critica rivolta all’album era che, sebbene le idee fossero parecchio buone, la maggior parte delle canzoni non era pronta per essere incisa ai tempi delle sessioni di registrazione, e andavano suonate ancora per un bel po’.

La mia scuola di pensiero è decisamente diversa: è vero che l’album in alcuni punti stenta a livello di amalgama, ma il fatto che il songwriting sia di alta classe, già da solo vale la metà della grandiosità di un disco. Dovreste altrimenti spiegarmi il successo di critica ottenuto da alcuni album di Dylan dove, a fronte di un songwriting sontuoso, si ha una scarnissima base musicale con arrangiamenti pari a zero. Ritengo dunque che il cantautore vada prima di tutto valutato come autore, poi come interprete, e in questo album il cantautore Young dimostra di essere un “Signor Autore”.

Lo stesso Neil Young in un’intervista del ’75 dichiarò di ritenere After The Gold Rush il momento della svolta, un album molto incisivo con un’immagine ben definita.
Nel 1970 Young è impegnato nelle registrazioni di Deja Vu con Crosby, Stills e Nash. Convoca però i Crazy Horse perché ha in mente un nuovo disco solista. Vuole un lavoro vivace, spregiudicato ma anche molto sporco con delle registrazioni di qualità simile a quella dei dischi di fine anni ’50.Da sempre restio ad ogni forma di sovraincisione, Young vuole un disco registrato in presa diretta in cui il cantante si trova proprio dentro la musica. Il tema dell’album doveva essere legato alla sceneggiatura del film “After The Gold Rush” di Dean Stockwell (che non venne mai girato).

Tuttavia la tossicodipendenza del chitarrista Danny Whitten rendeva impossibile una registrazione veloce, e vennero chiamati vari altri turnisti ad affiancare il canadese e i suoi Crazy Horse.

Ciò che ne risulta è il primo album-collage di Young, una sorta di patchwork, proprio come quello operato sui logori jeans del cantautore, immortalati nel retrocopertina, ottenuto accorpando elementi di progetti inizialmente differenti e addirittura fondendo band diverse.
Il disco parte con “Tell Me Why” in cui immagini di desolazione e abbandono si sciolgono poi in un sublime coro vocale in cui si invoca una risposta che non verrà mai: è infatti tipico della poetica younghiana porre quesiti senza risposta, ma soprattutto utilizzare immagini che evocano significati diversi o cadono nel più candido dei nonsense a seconda della predisposizione di chi ascolta.

Si passa poi alla title-track: la scelta del cantato in una tonalità al di sopra delle proprie possibilità, e il dolce accompagnamento di pianoforte rendono la canzone una ballata dolente e allo stesso tempo psichedelica; lo stesso testo crea un’atmosfera onirica e irreale in cui Neil Young dà voce a quel senso di stordimento generazionale di chi è appena uscito dagli anni ’60 eppure si ritrova ancora in un evidente stato confusionale.
Con “Southern Man” si apre un’altra pagina di storia del rock: qui l’apertura è su un break chitarristico sferragliante, elettrico, intensamente drammatico che subito si schiude in un’invettiva tanto cruda quanto insolitamente diretta per i canoni espressivi del canadese. Young va a toccare i nervi scoperti di un’America che ancora evidentemente non ha fatto i conti col proprio passato; è un attacco, (a mio avviso anche esagerato e stereotipato) al Sud statunitense razzista e violento, un attacco a cui non mancheranno critiche (da ricordare quella contenuta nella celebre “Sweet Home Alabama” dei “sudisti” Lynyrd Skynyrd.

Altri brani da ricordare sono “Don’t Let It Bring You Down”, in cui a una totale disperazione viene contrapposta una speranza che però, chissà come, non suona affatto come tale, e “When You Dance I Can Really Love”, rock roccioso e sporco tipico del sound dei Crazy Horse con un finale psichedelico stupendo sulle note del piano di Jack Nitzche.
È c’è ancora chi osa non considerarlo un’opera d’arte…

Canzoni + : WHEN YOU DANCE I CAN REALLY LOVE
SOUTHERN MAN
AFTER THE GOLD RUSH
DON’T LET IT BRING YOU DOWN

Samuel Torresani





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