Spettacolo, musica, arti: Artisti, professionisti, aziende, enti, informazioni Realizza i tuoi desideri
BluecommunityArtisti, tecnici, professionisti, aziende, associazioni, locali, scuole, emittenti, teatri, studi, sevice, servizi variEventi, ferstival, concorsi, concerti, mostre, spettacoli, rassegne, feste, incontri, seminari, corsi, premi, cartelloniIscrizioni agli elenchiAnnunci cerco e offro lavoro, artisti, lezioniDiscussioni, eventi, corsi, provini, concerti, mostre, spettacoli, rassegne, amici, collaborazioniServizi e promozioneOfferte
Login .    Elenchi | Artistii Iscrizioni | Annunci | Forum || Associazioni | Eventi | Rubriche | Corsi | Concorsi | Servizi | Partners | Pubblicità | Link | Newsletter  FAQ
Artisti - musica
Artisti-spettacolo
Artisti - arte
Artisti -scrittura
Compagnie
Orchestre e Cori
Tecnici
Associazioni
Locali
Scuole
Radio - TV
Gallerie
Aziende varie
FAQ
Segnala evento
GRATIS!
GUADAGNA!
Affari
Lavoro
Arte/cultura
Salute/sociale
Tempo libero
Utilità varie



Sei un Artista?
Iscriviti nei nostri elenchi:
é gratis!
RITRATTI D'AUTORE
Dante Alighieri


Ritratti d'Autore:
Volti, corpi e anime nella letteratura italiana
Dalla DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri

di Giancarlo Vecci
26 nov 2004

Attorno a Farinata Dante crea il deserto, infuocato, circoscritto dalle mura della città di Dite. Per entrarvi c’è stato bisogno dell’aiuto del Messo celeste, il quale ha messo in fuga demoni e furie che ostacolavano il cammino dei due pellegrini. Nel deserto desolato sono sparsi sepolcri scoperchiati, dentro i quali giacciono eretici di varie specie, tra cui gli epicurei “che l’anima col corpo morta fanno”. Il silenzio del luogo è rotto da “sì duri lamenti / che ben parean di miseri e d’offesi”, lamenti che escono dalle arche aperte. Questi lamenti sono indistinti, quindi non umani, hanno bisogno di un linguaggio, di parole umane. Ed è Dante stesso che per primo pronuncia queste parole mentre passa accanto ad un avello, rivolgendosi a Virgilio:

«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’a te piace,
6 parlami, e soddisfammi a’ miei desiri.
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
9 tutt’i coperchi, e nessun guardia face».

L’apostrofe rivolta al maestro indica discrezione e rispetto; il poeta ha un desiderio da soddisfare, ma usa parole opportune e di rattenuta attesa di un incontro che spera di avere ma non sa se potrà avvenire. L’atmosfera è di cauta sospensione ed è creata proprio dalle parole usate dal pellegrino, curioso del mondo sotterraneo che sta man mano scoprendo. La risposta di Virgilio è conseguente per chiarezza di descrizione canonica della pena:

E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
12 coi corpi che là sù hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
15 che l’anima col corpo morta fanno
Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
18 e al disio ancor che tu mi taci».

La ripresa di Dante è segno di sottomissione come di scolaro a maestro, ed il tono è piano e discorsivo, anche se il linguaggio mantiene un andamento di studiata dignità letteraria:

E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
21 e tu m’hai non pur mo a ciò disposto»,

facendo riferimento ad un rimprovero di Virgilio di trattenersi dal fare domande precipitose.
L’apparizione improvvisa di Farinata avviene quindi per forza di linguaggio, non per altri motivi. Tutto l’episodio è preparato dal dialogo tra i due pellegrini, la cui distanza di ruolo è ben evidenziata. Qui non abbiamo, come in altre parti, una fantasia poetica che descrive un luogo immaginato o immaginario, ma dialoganti che definiscono una situazione particolare, o meglio, un momento eccezionale.
E questo momento si apre con una parola improvvisa e imprevista, dal suono solenne e perentorio, quasi un’eco di rimandi lontani dove si perpetua un mondo di esperienze decisive e condivise: «O Tosco....» Questa parola, piuttosto cupa, è il segno di un’apparizione o, come qualcuno ha detto (1), di una resurrezione. Farinata, morto un anno prima della nascita di Dante, risorge dalla sua tomba eterna destinatagli da Dio per intessere un colloquio col singolare pellegrino in carne ed ossa che attraversa l’inferno:

«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
24 piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
27 a la qual forse fui troppo molesto».


(1) A. Momigliano: La Divina Commedia di Dante Alighieri; Sansoni, Firenze 1948.

Il riconoscimento avviene dunque attraverso la lingua comune (la “loquela”), mentre il tono di nobile, ma quasi repressa cortesia è determinato dall’ultimo verso riferito alla patria di entrambi, “a la qual forse fui troppo molesto”. Quel “forse” non esprime un dubbio, ma la consapevolezza della pena meritata, che, nonostante tutto, è inferiore alla pena per aver angustiato la sua stessa città natale.
L’avverbio di cinque sillabe (“subitamente”) che poi Dante usa per indicare l’inaspettato prorompere delle parole di Farinata e che apre la scena mossa e dialettica tra Dante stesso e Virgilio, contiene una contraddizione nel termine: l’ex abrupto si stempera nella lunghezza sillabica, e ciò consente al poeta di ritornare al tono discorsivo di prima:

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
30 temendo, un poco più al duca mio.
Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
33 da la cintola in sù tutt’il vedrai».
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
36 com’avesse l’inferno in gran dispitto.
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
39 dicendo: «Le parole tue sien conte».


Il “temendo” non esprime timore, ma timidezza reverenziale di fronte al personaggio che si erge con tutto il suo busto fuori dell’avello. Tutto concorre, soprattutto il verso “com’avesse l’inferno in gran dispitto”, a tratteggiare una figura gigantesca che lo stesso Virgilio ammira: “Vedi là Farinata che s’è dritto: / da la cintola in sù tutt’il vedrai”. E’ naturale che l’immagine descrittiva, questo plastico corpo di uomo degno di tratti michelangioleschi, hanno una valenza non di bellezza fisica, ma di grandezza morale, o meglio, l’imponenza fisica cela, metaforizza l’intrinseca magnanimità di Farinata, espressa dal verso “ed el s’ergea col petto e con la fronte”. Perciò non ci si può sottrarre al suo invito di trattenersi per scambiare delle parole in un linguaggio autoctono per entrambi (“le parole tue sien conte”, cioè chiare e dignitose); ma Dante, nonostante che il suo maestro avesse già pronunciato il nome dell’interlocutore, tende a ravvisarlo bene anche con l’ausilio della vista: “Io avea già il mio viso nel suo fitto”. Lo scambio dello sguardo è il segno di un riconoscimento tra conterranei, anche se non tra coetanei.
Qui inizia quel dialogo tra i due fiorentini in cui il retroterra politico fa da motivazione e da limite al tempo stesso ad un dialettica serrata, da cui emerge l’affinità aristocratica dei due interlocutori, poiché Dante, pur mantenendosi nello stato di deferente umiltà verso Farinata, non gli è da meno quando si tratta di controbattere alle sue ragioni:

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
42 mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?»
Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
45 ond’ei levò le ciglia un poco in soso;
poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e ai miei primi e a mia parte,
48 sì che per due fiate li dispersi».
«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni parte»,
rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;
51 ma i vostri non appreser ben quell’arte».

Farinata, “quasi sdegnoso”, esige una patente di nobiltà dal suo interlocutore, il quale è comunque pronto a rivelargli pienamente la sua origine famigliare. Tuttavia lo scontro tra ghibellini e guelfi fiorentini è storicamente sintetizzato in poche battute in cui la fierezza dell’appartenenza ad una parte piuttosto che all’altra traspare nelle parole di entrambi. Qui non sono più i due personaggi protagonisti dei conflitti in Firenze, ma i partiti o fazioni a cui appartengono: i ghibellini hanno sconfitto i guelfi due volte, ma questi, non “dispersi”, ma solo “cacciati” da Firenze, sono ritornati, mentre gli altri alla fine non ci sono riusciti.
L’intermezzo di Cavalcante Cavalcanti interrompe questo dialogo con lo stesso modo brusco con cui era iniziato, ma il nuovo incontro, che si esaurisce in soli ventuno versi, introduce anche una nuova atmosfera, un nuovo stato d’animo, giocati su una sorpresa, un interrogativo ed un equivoco, tutti ruotanti attorno ad un’assenza, quella di Guido: il povero padre, credendo morto anche il figlio, “supin ricadde e più non parve fuora”.
L’afflosciata caduta di Cavalcante dà ancora più rilievo alla granitica presenza di Farinata, il quale riprende il filo del discorso interrotto:

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
75 né mosse collo, né piegò sua costa;
e sé continuando al primo detto,
«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,
78 ciò mi tormenta più che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
81 che tu saprai quanto quell’arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
84 incontr’a’miei in ciascuna sua legge?»

L’asindeto paratattico “non mutò aspetto / né mosse collo, né piegò sua costa” , oltre ad indicare ancora la statuarietà di quel “magnanimo”, premia la perseveranza di un discorso politico il cui fondo etico si proietta nell’eternità della pena: “ciò mi tormenta più che questo letto”. E l’oscura predizione per Dante non è una sciocca rivalsa sull’avversario politico, ma la solenne profezia di un destino da fuoruscito che “pesa”, tanto che l’uomo s’è fatto pellegrino nell’oltretomba. Ma poi Farinata chiede a Dante perché i fiorentini hanno continuato ad essere così accaniti persecutori verso i “suoi”, cioè verso la sua famiglia. E Dante dà quella risposta che consente a Farinata di dichiararsi come l’unico difensore di Firenze quando si era addirittura deciso di raderla al suolo, dopo la vittoria dei ghibellini, appoggiati da Manfredi, sui guelfi a Montaperti nel 1260:

Ond’io a lui: «Lo strazio e ‘l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
87 tale orazion fa far nel nostro tempio».
Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fui io sol», disse, «né certo
90 sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu’ io sol, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
93 colui che la difesi a viso aperto».

Con questa rivendicazione di lealtà verso la propria patria, essendosi posto al di sopra delle fazioni, finisce il discorso politico di Farinata. Al quale però Dante si rivolge ancora, pregandolo di risolvergli un dubbio, quello che gli avevano provocato l’apparizione e le parole di Cavalcante, cioè come mai i dannati dimostrino di conoscere il futuro, ma non il presente. Questa facoltà, risponde Farinata, di vedere le cose lontane, ma non le vicine o presenti, avrà fine il giorno del giudizio universale. A un’ultima richiesta di Dante, di conoscere chi con lui giace in quella tomba, risponde:

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ‘l secondo Federico
120 e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Le scelte, diciamo così, iconografiche di Dante restano un mistero. Un personaggio come Federico II di Svevia liquidato con il solo nominarlo tra gli epicurei forse avrebbe meritato una ben altra trattazione. Ma il fatto che Dante lo nomini appena, consegnato all’Inferno, non ci deve stupire più di tanto, giacché l’economia del poema non lo contiene, come non ci stupisce il fatto che nel Purgatorio compaia invece, esaurientemente sviluppata, la figura di suo figlio Manfredi. Cronologicamente e storicamente più vicino a Dante, anch’egli circondato dal fascino di una sconfitta immeritata, come quella di Farinata, non compromesso con il peccato come questi, tanto da aver diritto alla salvezza ultima tramite l’espiazione, Manfredi è uno dei personaggi più belli che la fantasia del poeta ci abbia consegnato. Quanto è improvviso e inaspettato l’approccio a Farinata, tanto è lento e tortuoso quello a Manfredi. Mentre quasi tutto il decimo canto dell’Inferno è dedicato al fiorentino, solo l’ultima parte del terzo canto del Purgatorio è dedicata a Manfredi. Gran parte del canto ha un contenuto parenetico come conseguenza del rimprovero di Catone verso coloro, tra cui Dante e Virgilio stessi, che si erano fermati ad ascoltare la canzone “Amor che ne la mente mi ragiona”, cantata dolcissimamente da Casella. L’aspetto morale della narrazione si evidenzia ancor più quando la sorpresa di Dante di vedere soltanto la propria ombra consente a Virgilio di dire di se stesso che non è più un corpo materiale, ma che tuttavia, come tutti gli altri spiriti, può “sofferir tormenti e caldi e geli”, e come ciò avvenga, non è dato sapere alla ragione umana, che egli raffigura; e ciò lo turba perché, insieme con Platone e Aristotele e molti altri grandi spiriti precristiani, è confinato nel Limbo. Questo turbamento è rafforzato dal fatto contingente che non riesce a trovare una via valicabile per salire l’erto monte che hanno di fronte. Fino a che vedono in lontananza una “gente d’anime” che avanza molto lentamente, a cui i due si avvicinano per chiedere il luogo più agevole per poter salire.
Le parole che Virgilio rivolge loro si accordano magistralmente con l’atmosfera che circola in questo nuovo ambiente del Purgatorio, come di lunga, ma speranzosa attesa di un bene futuro:

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch’ i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
ditene dove la montagna giace,
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».

Ancora una volta è il tono del linguaggio che domina la scena, quest’umile richiesta di Virgilio rivolta ad anime già elette e attenta alla condizione di chi nutre un’aspettativa di finale appagamento e di pace; e la similitudine che segue è di una pertinenza straordinaria per la precisione descrittiva, in cui l’uso dell’ affettuoso diminutivo e l’andamento lievemente mosso della scena definiscono uno stato d’animo di mansuetudine, mitezza e concordia, che l’appropriata aggettivazione rafforza:

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidamente atterrando l’occhio e ‘l muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;
sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e nell’andare onesta.

Le anime che costituiscono la fronte del gruppo stupiscono nel vedere l’ombra di Dante impressa sulla parete rocciosa e se ne turbano e indietreggiano; ed hanno bisogno dell’assicurazione di Virgilio per rispondere alla sua domanda iniziale:

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti gli altri che venieno appresso
non sappiendo ‘l perché, fenno altrettanto.
«Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ‘l lume del sole in terra è fesso.
Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che dal ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».
Così ‘l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man facendo insegna.

In tutto questo passo c’è da rilevare che la presenza di Dante ancora vivo nell’aldilà, mentre nell’Inferno faceva spesso da contrasto polemico con le anime dei dannati, nel Purgatorio fa da contrappunto essenziale con queste nuove anime, per ribadire con Virgilio la certezza che il suo viaggio, lungi dal costituire una rottura delle leggi divine, è invece proprio determinato da esse. E dunque c’è sintonia tra lo stato d’animo dei due pellegrini e quello degli spiriti che essi di volta in volta incontrano: lo stato d’animo di chi percorre un cammino di giusta espiazione per arrivare a godere del bene supremo della visione divina. Eppure il distacco dalle vicende della terra non è ancora completo; le anime del Purgatorio, pur consapevoli di dover procedere in avanti, verso l’alto, si portano ancora dietro il fardello del mondo e della vita vissuta, quella vita intrisa sì di peccato, ma aperta al pentimento e quindi alla salvezza. Esse sono quindi caratterizzate come da una lacerazione tra il passato rivissuto con una trepida nostalgia e il futuro di liberazione totale. Ecco dunque che sia il luogo che il tempo della pena suggeriscono quel dire, quel linguaggio che musicalmente si potrebbe definire “andante”, ora lento, ora con moto. E’ sempre il linguaggio che crea l’atmosfera, e la sua sapiente articolazione stilistica provoca emozioni non più drammatiche, ma come moderate dall’intelligenza della nuova condizione umana.
Dal gruppo delle anime rincuorate da Virgilio, pur senza staccarsi da esse, ne emerge una che si rivolge a Dante con parole che, improntate a cortesia e nobiltà, gli offre lo spunto per descriverla con quel tratto di aristocratica bellezza che è stata deturpata dalla violenza degli uomini, una figura tra le più memorabili della Divina Commedia:

E un di loro incominciò: «Chiunque
te se’, così andando, volgi il viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».
Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»,
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Come nell’episodio di Farinata, anche qui sono le parole inaspettatamente rivoltegli che spingono Dante a fissare l’eccezionale personaggio che non gli si pone davanti, ma come accanto; e ancora Dante si sente umile verso di lui e quasi si scusa di non riconoscerlo per non averlo mai visto; ma non può fare a meno di notare stupendamente il suo bel volto reciso da un colpo di spada e il taglio sul petto che egli quasi con compiacenza gli mostra. Questa compiacenza sottesa nel gesto del denudarsi per mostrare una ferita mortale è ribadita da quello che segue, ancora negli atti e nelle parole, non già per fare un piacere a Dante, ma per ripristinare una verità storica, morale e teologale che gli sta molto a cuore:

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Il sorriso che illumina il suo volto smorza l’autodichiarazione di regalità imperiale: il personaggio raffigura l’ideale del cavaliere medievale, bello e gentile, ma sfortunato e addirittura perseguitato da una ingiusta scomunica, tanto che il suo corpo è stato dissepolto e sparso al vento, a ceri spenti e capovolti, da parte del vescovo di Cosenza per ordine di papa Clemente IV. La pacata ansia di Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia e quindi nipote di Costanza d’Altavilla. è solo quella di pregare Dante perché, una volta ritornato sulla terra, vada dalla sua bella figlia Costanza, madre dei re di Sicilia e di Aragona, e dica a lei la verità sulla propria fine, se si dice altro. L’attribuzione della bellezza sia a Manfredi che alla figlia, non è un inutile e superficiale estetismo, ma espressione dell’ammirazione che prova Dante per queste persone di stirpe imperiale; la stessa brutale morte del re sul campo di battaglia (Benevento, 1266) per opera di Carlo d’Angiò, che qui non viene nemmeno nominato, è riscattata dal fatto che sua figlia è purtuttavia madre di re; ma non c’è iattanza in questa debita pronuncia, dato che ciò che gli preme è la rivelazione della verità.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se il pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Il giovane e intrepido re è colpito a morte offrendo la sua nobile persona al nemico implacabile e la sua anima a Dio misericordioso, che gli perdona gli orribili peccati per il sincero pentimento: la resa a Dio trova il perdono, mentre gli uomini non sanno perdonare, anzi si accaniscono sui morti come sui vivi. Ma:

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;
ché qui per quei di là molto s’avanza».

Chi muore scomunicato, anche se perdonato da Dio, deve restare ai piedi del monte del Purgatorio trenta volte il tempo che è restato nella superbia del peccato, se però questo termine non viene accorciato dalle preghiere dei familiari. Costanza, ora buona come è bella, capirà questo divieto e pregherà per la sua più rapida ascesa.
In tutto l’episodio domina la malinconia e l’elegia e anche la polemica contro la chiesa e i suoi ministri, i quali più che pastori sono lupi “a la caccia”, è mitigata dal dolce ricordo del pentimento occorso in morte. Manfredi è un prode cavaliere che ha combattuto coraggiosamente, tanto che gli stessi nemici gli rendono onore ammucchiando sul suo corpo un tumulo di pietre a mo’ di tomba; ma questo rispetto è sciupato proprio da chi più dovrebbe nutrirlo, cioè gli uomini di chiesa, che non sanno riconoscere in Dio la faccia del perdono. Dio restituisce quello che i suoi cattivi ministri hanno tolto con la scomunica e con lo scempio del cadavere.

Bibliografia:
.
La Divina Commedia di Dante Alighieri commentata da Attilio Momigliano. G.C.Sansoni, Firenze 1948.
.La Divina Commedia di Dante Alighieri annotata e commentata da Tommaso Di Salvo. Zanichelli, Bologna 1993.


Conosciamo Giancarlo Vecci >>



Home > Music'Art > Articoli > Dante
Concorsi
Associazioni
Fiere/Eventi
Elenchi
Iscrizioni

su



Gioca e vinci!
Divertimento assicurato e ricchi premi. Mettiti alla prova

Home | Aziende/Tecnici | Artisti/Compagnie | Enti | Annunci | Forum-Chat | Eventi | Concorsi | Corsi | Servizi | Partners | Offerte! | Link | Iscrizioni | Newsletter
BlueCommunity© Tutti i diritti riservati: Battistelli - Ass.FirstBusinessCompany - Informazioni - Webmaster - Servizi - Pubblicità - Segnala alla redazione/FAQ