Ritratti d'Autore: Volti,
corpi e anime nella letteratura italiana
Dalla DIVINA COMMEDIA di Dante Alighieri
di Giancarlo
Vecci
26 nov 2004
Attorno a Farinata Dante crea il deserto, infuocato,
circoscritto dalle mura della città di Dite.
Per entrarvi c’è stato bisogno dell’aiuto
del Messo celeste, il quale ha messo in fuga demoni
e furie che ostacolavano il cammino dei due pellegrini.
Nel deserto desolato sono sparsi sepolcri scoperchiati,
dentro i quali giacciono eretici di varie specie, tra
cui gli epicurei “che l’anima col corpo
morta fanno”. Il silenzio del luogo è rotto
da “sì duri lamenti / che ben parean di
miseri e d’offesi”, lamenti che escono dalle
arche aperte. Questi lamenti sono indistinti, quindi
non umani, hanno bisogno di un linguaggio, di parole
umane. Ed è Dante stesso che per primo pronuncia
queste parole mentre passa accanto ad un avello, rivolgendosi
a Virgilio:
«O
virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’a te
piace,
6 parlami, e soddisfammi a’ miei desiri.
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
9 tutt’i coperchi, e nessun guardia face».
L’apostrofe rivolta al maestro indica discrezione
e rispetto; il poeta ha un desiderio da soddisfare,
ma usa parole opportune e di rattenuta attesa di un
incontro che spera di avere ma non sa se potrà
avvenire. L’atmosfera è di cauta sospensione
ed è creata proprio dalle parole usate dal pellegrino,
curioso del mondo sotterraneo che sta man mano scoprendo.
La risposta di Virgilio è conseguente per chiarezza
di descrizione canonica della pena:
E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
12 coi corpi che là sù hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
15 che l’anima col corpo morta fanno
Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
18 e al disio ancor che tu mi taci».
La
ripresa di Dante è segno di sottomissione come
di scolaro a maestro, ed il tono è piano e discorsivo,
anche se il linguaggio mantiene un andamento di studiata
dignità letteraria:
E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
21 e tu m’hai non pur mo a ciò disposto»,
facendo
riferimento ad un rimprovero di Virgilio di trattenersi
dal fare domande precipitose.
L’apparizione improvvisa di Farinata avviene quindi
per forza di linguaggio, non per altri motivi. Tutto
l’episodio è preparato dal dialogo tra
i due pellegrini, la cui distanza di ruolo è
ben evidenziata. Qui non abbiamo, come in altre parti,
una fantasia poetica che descrive un luogo immaginato
o immaginario, ma dialoganti che definiscono una situazione
particolare, o meglio, un momento eccezionale.
E questo momento si apre con una parola improvvisa e
imprevista, dal suono solenne e perentorio, quasi un’eco
di rimandi lontani dove si perpetua un mondo di esperienze
decisive e condivise: «O Tosco....» Questa
parola, piuttosto cupa, è il segno di un’apparizione
o, come qualcuno ha detto (1), di una resurrezione.
Farinata, morto un anno prima della nascita di Dante,
risorge dalla sua tomba eterna destinatagli da Dio per
intessere un colloquio col singolare pellegrino in carne
ed ossa che attraversa l’inferno:
«O
Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
24 piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
27 a la qual forse fui troppo molesto».
(1) A. Momigliano: La Divina Commedia
di Dante Alighieri; Sansoni, Firenze 1948.
Il riconoscimento avviene dunque attraverso la lingua
comune (la “loquela”), mentre il tono di
nobile, ma quasi repressa cortesia è determinato
dall’ultimo verso riferito alla patria di entrambi,
“a la qual forse fui troppo molesto”. Quel
“forse” non esprime un dubbio, ma la consapevolezza
della pena meritata, che, nonostante tutto, è
inferiore alla pena per aver angustiato la sua stessa
città natale.
L’avverbio di cinque sillabe (“subitamente”)
che poi Dante usa per indicare l’inaspettato prorompere
delle parole di Farinata e che apre la scena mossa e
dialettica tra Dante stesso e Virgilio, contiene una
contraddizione nel termine: l’ex abrupto si stempera
nella lunghezza sillabica, e ciò consente al
poeta di ritornare al tono discorsivo di prima:
Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
30 temendo, un poco più al duca mio.
Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
33 da la cintola in sù tutt’il vedrai».
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
36 com’avesse l’inferno in gran dispitto.
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
39 dicendo: «Le parole tue sien conte».
Il
“temendo” non esprime timore, ma timidezza
reverenziale di fronte al personaggio che si erge con
tutto il suo busto fuori dell’avello. Tutto concorre,
soprattutto il verso “com’avesse l’inferno
in gran dispitto”, a tratteggiare una figura gigantesca
che lo stesso Virgilio ammira: “Vedi là
Farinata che s’è dritto: / da la cintola
in sù tutt’il vedrai”. E’ naturale
che l’immagine descrittiva, questo plastico corpo
di uomo degno di tratti michelangioleschi, hanno una
valenza non di bellezza fisica, ma di grandezza morale,
o meglio, l’imponenza fisica cela, metaforizza
l’intrinseca magnanimità di Farinata, espressa
dal verso “ed el s’ergea col petto e con
la fronte”. Perciò non ci si può
sottrarre al suo invito di trattenersi per scambiare
delle parole in un linguaggio autoctono per entrambi
(“le parole tue sien conte”, cioè
chiare e dignitose); ma Dante, nonostante che il suo
maestro avesse già pronunciato il nome dell’interlocutore,
tende a ravvisarlo bene anche con l’ausilio della
vista: “Io avea già il mio viso nel suo
fitto”. Lo scambio dello sguardo è il segno
di un riconoscimento tra conterranei, anche se non tra
coetanei.
Qui inizia quel dialogo tra i due fiorentini in cui
il retroterra politico fa da motivazione e da limite
al tempo stesso ad un dialettica serrata, da cui emerge
l’affinità aristocratica dei due interlocutori,
poiché Dante, pur mantenendosi nello stato di
deferente umiltà verso Farinata, non gli è
da meno quando si tratta di controbattere alle sue ragioni:
Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
42 mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?»
Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
45 ond’ei levò le ciglia un poco in soso;
poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e ai miei primi e a mia parte,
48 sì che per due fiate li dispersi».
«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogni
parte»,
rispuos’io lui, «l’una e l’altra
fiata;
51 ma i vostri non appreser ben quell’arte».
Farinata, “quasi sdegnoso”, esige una patente
di nobiltà dal suo interlocutore, il quale è
comunque pronto a rivelargli pienamente la sua origine
famigliare. Tuttavia lo scontro tra ghibellini e guelfi
fiorentini è storicamente sintetizzato in poche
battute in cui la fierezza dell’appartenenza ad
una parte piuttosto che all’altra traspare nelle
parole di entrambi. Qui non sono più i due personaggi
protagonisti dei conflitti in Firenze, ma i partiti
o fazioni a cui appartengono: i ghibellini hanno sconfitto
i guelfi due volte, ma questi, non “dispersi”,
ma solo “cacciati” da Firenze, sono ritornati,
mentre gli altri alla fine non ci sono riusciti.
L’intermezzo di Cavalcante Cavalcanti interrompe
questo dialogo con lo stesso modo brusco con cui era
iniziato, ma il nuovo incontro, che si esaurisce in
soli ventuno versi, introduce anche una nuova atmosfera,
un nuovo stato d’animo, giocati su una sorpresa,
un interrogativo ed un equivoco, tutti ruotanti attorno
ad un’assenza, quella di Guido: il povero padre,
credendo morto anche il figlio, “supin ricadde
e più non parve fuora”.
L’afflosciata caduta di Cavalcante dà ancora
più rilievo alla granitica presenza di Farinata,
il quale riprende il filo del discorso interrotto:
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
75 né mosse collo, né piegò sua
costa;
e sé continuando al primo detto,
«S’elli han quell’arte», disse,
«male appresa,
78 ciò mi tormenta più che questo letto.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
81 che tu saprai quanto quell’arte pesa.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì
empio
84 incontr’a’miei in ciascuna sua legge?»
L’asindeto paratattico “non mutò
aspetto / né mosse collo, né piegò
sua costa” , oltre ad indicare ancora la statuarietà
di quel “magnanimo”, premia la perseveranza
di un discorso politico il cui fondo etico si proietta
nell’eternità della pena: “ciò
mi tormenta più che questo letto”. E l’oscura
predizione per Dante non è una sciocca rivalsa
sull’avversario politico, ma la solenne profezia
di un destino da fuoruscito che “pesa”,
tanto che l’uomo s’è fatto pellegrino
nell’oltretomba. Ma poi Farinata chiede a Dante
perché i fiorentini hanno continuato ad essere
così accaniti persecutori verso i “suoi”,
cioè verso la sua famiglia. E Dante dà
quella risposta che consente a Farinata di dichiararsi
come l’unico difensore di Firenze quando si era
addirittura deciso di raderla al suolo, dopo la vittoria
dei ghibellini, appoggiati da Manfredi, sui guelfi a
Montaperti nel 1260:
Ond’io a lui: «Lo strazio e ‘l grande
scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
87 tale orazion fa far nel nostro tempio».
Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fui io sol», disse,
«né certo
90 sanza cagion con li altri sarei mosso.
Ma fu’ io sol, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
93 colui che la difesi a viso aperto».
Con questa rivendicazione di lealtà verso la
propria patria, essendosi posto al di sopra delle fazioni,
finisce il discorso politico di Farinata. Al quale però
Dante si rivolge ancora, pregandolo di risolvergli un
dubbio, quello che gli avevano provocato l’apparizione
e le parole di Cavalcante, cioè come mai i dannati
dimostrino di conoscere il futuro, ma non il presente.
Questa facoltà, risponde Farinata, di vedere
le cose lontane, ma non le vicine o presenti, avrà
fine il giorno del giudizio universale. A un’ultima
richiesta di Dante, di conoscere chi con lui giace in
quella tomba, risponde:
Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ‘l secondo Federico
120 e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio».
Le
scelte, diciamo così, iconografiche di Dante
restano un mistero. Un personaggio come Federico II
di Svevia liquidato con il solo nominarlo tra gli epicurei
forse avrebbe meritato una ben altra trattazione. Ma
il fatto che Dante lo nomini appena, consegnato all’Inferno,
non ci deve stupire più di tanto, giacché
l’economia del poema non lo contiene, come non
ci stupisce il fatto che nel Purgatorio compaia invece,
esaurientemente sviluppata, la figura di suo figlio
Manfredi. Cronologicamente e storicamente più
vicino a Dante, anch’egli circondato dal fascino
di una sconfitta immeritata, come quella di Farinata,
non compromesso con il peccato come questi, tanto da
aver diritto alla salvezza ultima tramite l’espiazione,
Manfredi è uno dei personaggi più belli
che la fantasia del poeta ci abbia consegnato. Quanto
è improvviso e inaspettato l’approccio
a Farinata, tanto è lento e tortuoso quello a
Manfredi. Mentre quasi tutto il decimo canto dell’Inferno
è dedicato al fiorentino, solo l’ultima
parte del terzo canto del Purgatorio è dedicata
a Manfredi. Gran parte del canto ha un contenuto parenetico
come conseguenza del rimprovero di Catone verso coloro,
tra cui Dante e Virgilio stessi, che si erano fermati
ad ascoltare la canzone “Amor che ne la mente
mi ragiona”, cantata dolcissimamente da Casella.
L’aspetto morale della narrazione si evidenzia
ancor più quando la sorpresa di Dante di vedere
soltanto la propria ombra consente a Virgilio di dire
di se stesso che non è più un corpo materiale,
ma che tuttavia, come tutti gli altri spiriti, può
“sofferir tormenti e caldi e geli”, e come
ciò avvenga, non è dato sapere alla ragione
umana, che egli raffigura; e ciò lo turba perché,
insieme con Platone e Aristotele e molti altri grandi
spiriti precristiani, è confinato nel Limbo.
Questo turbamento è rafforzato dal fatto contingente
che non riesce a trovare una via valicabile per salire
l’erto monte che hanno di fronte. Fino a che vedono
in lontananza una “gente d’anime”
che avanza molto lentamente, a cui i due si avvicinano
per chiedere il luogo più agevole per poter salire.
Le parole che Virgilio rivolge loro si accordano magistralmente
con l’atmosfera che circola in questo nuovo ambiente
del Purgatorio, come di lunga, ma speranzosa attesa
di un bene futuro:
«O
ben finiti, o già spiriti eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch’ i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
ditene dove la montagna giace,
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più
spiace».
Ancora una volta è il tono del linguaggio che
domina la scena, quest’umile richiesta di Virgilio
rivolta ad anime già elette e attenta alla condizione
di chi nutre un’aspettativa di finale appagamento
e di pace; e la similitudine che segue è di una
pertinenza straordinaria per la precisione descrittiva,
in cui l’uso dell’ affettuoso diminutivo
e l’andamento lievemente mosso della scena definiscono
uno stato d’animo di mansuetudine, mitezza e concordia,
che l’appropriata aggettivazione rafforza:
Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidamente atterrando l’occhio e ‘l muso;
e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;
sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e nell’andare onesta.
Le anime che costituiscono la fronte del gruppo stupiscono
nel vedere l’ombra di Dante impressa sulla parete
rocciosa e se ne turbano e indietreggiano; ed hanno
bisogno dell’assicurazione di Virgilio per rispondere
alla sua domanda iniziale:
Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti gli altri che venieno appresso
non sappiendo ‘l perché, fenno altrettanto.
«Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ‘l lume del sole in terra è fesso.
Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che dal ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete».
Così ‘l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi
dunque»,
coi dossi de le man facendo insegna.
In tutto questo passo c’è da rilevare che
la presenza di Dante ancora vivo nell’aldilà,
mentre nell’Inferno faceva spesso da contrasto
polemico con le anime dei dannati, nel Purgatorio fa
da contrappunto essenziale con queste nuove anime, per
ribadire con Virgilio la certezza che il suo viaggio,
lungi dal costituire una rottura delle leggi divine,
è invece proprio determinato da esse. E dunque
c’è sintonia tra lo stato d’animo
dei due pellegrini e quello degli spiriti che essi di
volta in volta incontrano: lo stato d’animo di
chi percorre un cammino di giusta espiazione per arrivare
a godere del bene supremo della visione divina. Eppure
il distacco dalle vicende della terra non è ancora
completo; le anime del Purgatorio, pur consapevoli di
dover procedere in avanti, verso l’alto, si portano
ancora dietro il fardello del mondo e della vita vissuta,
quella vita intrisa sì di peccato, ma aperta
al pentimento e quindi alla salvezza. Esse sono quindi
caratterizzate come da una lacerazione tra il passato
rivissuto con una trepida nostalgia e il futuro di liberazione
totale. Ecco dunque che sia il luogo che il tempo della
pena suggeriscono quel dire, quel linguaggio che musicalmente
si potrebbe definire “andante”, ora lento,
ora con moto. E’ sempre il linguaggio che crea
l’atmosfera, e la sua sapiente articolazione stilistica
provoca emozioni non più drammatiche, ma come
moderate dall’intelligenza della nuova condizione
umana.
Dal gruppo delle anime rincuorate da Virgilio, pur senza
staccarsi da esse, ne emerge una che si rivolge a Dante
con parole che, improntate a cortesia e nobiltà,
gli offre lo spunto per descriverla con quel tratto
di aristocratica bellezza che è stata deturpata
dalla violenza degli uomini, una figura tra le più
memorabili della Divina Commedia:
E un di loro incominciò: «Chiunque
te se’, così andando, volgi il viso:
pon mente se di là mi vedesti unque».
Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»,
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.
Come nell’episodio di Farinata, anche qui sono
le parole inaspettatamente rivoltegli che spingono Dante
a fissare l’eccezionale personaggio che non gli
si pone davanti, ma come accanto; e ancora Dante si
sente umile verso di lui e quasi si scusa di non riconoscerlo
per non averlo mai visto; ma non può fare a meno
di notare stupendamente il suo bel volto reciso da un
colpo di spada e il taglio sul petto che egli quasi
con compiacenza gli mostra. Questa compiacenza sottesa
nel gesto del denudarsi per mostrare una ferita mortale
è ribadita da quello che segue, ancora negli
atti e nelle parole, non già per fare un piacere
a Dante, ma per ripristinare una verità storica,
morale e teologale che gli sta molto a cuore:
Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,
vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.
Il
sorriso che illumina il suo volto smorza l’autodichiarazione
di regalità imperiale: il personaggio raffigura
l’ideale del cavaliere medievale, bello e gentile,
ma sfortunato e addirittura perseguitato da una ingiusta
scomunica, tanto che il suo corpo è stato dissepolto
e sparso al vento, a ceri spenti e capovolti, da parte
del vescovo di Cosenza per ordine di papa Clemente IV.
La pacata ansia di Manfredi, figlio naturale di Federico
II di Svevia e quindi nipote di Costanza d’Altavilla.
è solo quella di pregare Dante perché,
una volta ritornato sulla terra, vada dalla sua bella
figlia Costanza, madre dei re di Sicilia e di Aragona,
e dica a lei la verità sulla propria fine, se
si dice altro. L’attribuzione della bellezza sia
a Manfredi che alla figlia, non è un inutile
e superficiale estetismo, ma espressione dell’ammirazione
che prova Dante per queste persone di stirpe imperiale;
la stessa brutale morte del re sul campo di battaglia
(Benevento, 1266) per opera di Carlo d’Angiò,
che qui non viene nemmeno nominato, è riscattata
dal fatto che sua figlia è purtuttavia madre
di re; ma non c’è iattanza in questa debita
pronuncia, dato che ciò che gli preme è
la rivelazione della verità.
Poscia
ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Se il pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,
l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.
Il giovane e intrepido re è colpito a morte offrendo
la sua nobile persona al nemico implacabile e la sua
anima a Dio misericordioso, che gli perdona gli orribili
peccati per il sincero pentimento: la resa a Dio trova
il perdono, mentre gli uomini non sanno perdonare, anzi
si accaniscono sui morti come sui vivi. Ma:
Per
lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.
Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,
per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzion, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.
Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’hai visto, e anco esto divieto;
ché qui per quei di là molto s’avanza».
Chi muore scomunicato, anche se perdonato da Dio, deve
restare ai piedi del monte del Purgatorio trenta volte
il tempo che è restato nella superbia del peccato,
se però questo termine non viene accorciato dalle
preghiere dei familiari. Costanza, ora buona come è
bella, capirà questo divieto e pregherà
per la sua più rapida ascesa.
In tutto l’episodio domina la malinconia e l’elegia
e anche la polemica contro la chiesa e i suoi ministri,
i quali più che pastori sono lupi “a la
caccia”, è mitigata dal dolce ricordo del
pentimento occorso in morte. Manfredi è un prode
cavaliere che ha combattuto coraggiosamente, tanto che
gli stessi nemici gli rendono onore ammucchiando sul
suo corpo un tumulo di pietre a mo’ di tomba;
ma questo rispetto è sciupato proprio da chi
più dovrebbe nutrirlo, cioè gli uomini
di chiesa, che non sanno riconoscere in Dio la faccia
del perdono. Dio restituisce quello che i suoi cattivi
ministri hanno tolto con la scomunica e con lo scempio
del cadavere.
Bibliografia:
. La
Divina Commedia di Dante Alighieri commentata da Attilio
Momigliano. G.C.Sansoni, Firenze 1948.
.La Divina Commedia di Dante Alighieri annotata e commentata
da Tommaso Di Salvo. Zanichelli, Bologna 1993.
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